There’s something in the water – C’è qualcosa nell’acqua

Attendevo da un po’ di poter guadare un documentario canadese del 2019 dal titolo There’s something in the water, diretto da Ellen Page e Ian Daniel.

Seguo da tempo i progetti di Ellen Page perché ne riconosco il valore umano, un’attrice conosciuta in tutto il mondo che potrebbe come tanti godersi fama e ricchezza e che invece decide ad un certo punto della sua vita e della sua brillante carriera di dare voce a chi non ce l’ha.

Una ragazza minuta di grande coraggio che decide di esporsi per alcune delle cose che ho più a cuore, i diritti delle minoranze e la protezione dell’ambiente, per questo non posso che dirle grazie, come a tutti coloro che hanno fatto e che faranno lo stesso.

Ho appena finito di guardare il documentario (trasmesso da Netflix e che vi consiglio senza alcun dubbio), forse dovrei prendermi qualche ora o qualche giorno per lasciar sedimentare quello che ho visto e sentito, ma non riesco.

Non ci riesco perché mai come ora possiamo renderci conto di come nessuno è separato dagli altri, di come il destino di ciascuno di noi sia strettamente correlato a quello di chiunque altro.

Di come la nostra salute dipenda da quella degli altri, di come la salute degli animali sia strettamente legata alla nostra, di come la salute del pianeta sia strettamente legata a quella degli animali e alla nostra.

Siamo in emergenza e tutto il resto sembra passare in secondo piano invece mai come ora è il momento di tornare a guardare intorno a noi, mai come ora che sperimentiamo il confinamento seppur nelle nostre comode case possiamo provare a capire il confinamento a cui costringiamo gli animali. Nelle gabbie, nei recinti, nelle stalle, negli allevamenti, nelle nostre case.

Mai come ora possiamo capire che chi fino ad ora ci ha divisi, per categorie, per colore, per lingua, per fede, per orientamento sessuale, per ricchezza ha sempre e solo perseguito interessi distanti da quelli che ci riguardano tutti: la necessità di avere acqua pulita, cibo sano, farmaci sani, aria respirabile, relazioni di valore, qualità di vita.

Il momento giusto per tornare a guardare e a guardarci non è domani, non è quando l’emergenza sarà finita, perché ci sarà sempre un’altra emergenza. Quel momento è ora. Ora è il momento di capire cosa vogliamo fare delle nostre vite e con le nostre vite, è il momento di capire come vogliamo essere ricordati: saremo quelli che ad emergenza rientrata chineranno di nuovo la testa e torneranno a fare quello che hanno sempre fatto pensando a sé, alla propria salute, alla propria ricchezza, alle proprie comodità o saremo quelli che troveranno il modo di fermare un sistema che sta calpestando e distruggendo ogni cosa, rimettendoci in discussione e tornando a dare valore alle comunità, alla salute collettiva, all’ambiente e agli animali che lo abitano?

Concludo con alcune parole pronunciate in There’s something in the water dalle donne indigene del Canada, le Grassroots Grandmothers, “La nostra verità è che non abbiamo scelta. Non possono impedirci di imparare a prenderci cura della Terra. La profezia che ci viene insegnata dice che se non avessimo iniziato a prenderci cura della Madre Terra, delle nostre terre e delle nostre acque, del nostro cibo e delle nostre medicine, degli animali, dei fiori e di tutto ciò che ci sostiene, un giorno un grammo d’acqua costerà più di un grammo d’oro. Non importa se hai l’oro, l’oro non si può bere. Non si possono bere i soldi. Il messaggio è per tutti gli esseri umani, per tutta l’umanità.”

 

 

Articolo di Cinzia Ciarmatori

 

 

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