Animali domestici e sostenibilità ambientale

 In RIFLESSIONI DI UN VETERINARIO

Da tempo mi sto occupando di approfondire il tema legato alla convivenza con gli animali domestici e la sostenibilità ambientale.
Un articolo pubblicato dalla rivista Veterinary Clinics of North America, ripreso recentemente da Nutrapet.vet, analizza il ruolo del medico veterinario proprio da questo punto di vista.

In particolare gli autori dell’articolo approfondiscono l’impatto ambientale dell’industria degli alimenti per gli animali domestici.

Quali sono le conclusioni? Che cosa possiamo fare per migliorare le cose? Quali alternative abbiamo?

Animali domestici e sostenibilità ambientale. Cosa dice l’articolo?

Gli autori aprono l’abstract definendo in modo chiaro una serie di concetti.

Primo tra tutti, che cos’è la sostenibilità?
Si tratta della gestione coscienziosa delle risorse e dei rifiuti necessaria a soddisfare le esigenze fisiologiche degli animali domestici. Senza compromettere la possibilità per le future generazioni di soddisfare le proprie necessità in termini ambientali, sociali ed economici.

Segue l’analisi del ciclo di vita e l’impatto degli alimenti industriali per animali domestici, dalle materie prime al confezionamento.
Le conseguenze più gravi sono sul cambiamento climatico, per produzione di anidride carbonica.
In particolare sono gli alimenti umidi a costare di più in termini ecologici, soprattutto per i materiali impiegati per il confezionamento. E gli alimenti per i cani per le maggiori quantità utilizzate rispetto ai gatti.

Esistono opportunità di miglioramento?
Senz’altro, in ogni fase del ciclo di vita di questi prodotti. Dalla formulazione alla scelta degli ingredienti, dai processi industriali al confezionamento, dal trasporto al corretto smaltimento dei rifiuti.

Scegliere come alimentare gli animali è un atto di responsabilità

Alla luce di questo e di molti altri studi possiamo cominciare a riflettere sulle conseguenze sia individuali che collettive di ciò che mettiamo nelle ciotole degli animali.

Quando offriamo del cibo mettiamo in atto un processo complesso e sistemico, che coinvolge aspetti psicologici ed emozionali prima ancora che meramente nutrizionali.

Se scegliamo di offrire un cibo industriale in generale diamo la precedenza e la priorità ad alcuni aspetti. In particolare la praticità e la rapidità di acquisto e somministrazione, nonché la conservazione più lunga rispetto al cibo fresco.
Oppure lo facciamo perché si tratta della scelta più indicata in alcune situazioni patologiche specifiche. O, ancora, perché viviamo con animali (gatti di solito!) che non vogliono saperne di mangiare altro.

Se al contrario optiamo per un’alimentazione fresca, casalinga o BARF nel caso di carnivori come cane, gatto e furetto (non mi dilungo in questa sede sulla possibilità di definire onnivoro il cane, è un argomento che richiede maggior spazio di approfondimento), oppure a base vegetale per gli erbivori o di insetti per le specie insettivore, sappiamo che dedicheremo molto più tempo alla scelta degli ingredienti e alla preparazione del cibo.
Quel tempo viene spesso percepito come atto di cura ed attenzione nei confronti dell’animale con cui si vive.
Oltre che di prevenzione e in molti casi anche terapia di determinate situazioni patologiche.

Animali domestici e sostenibilità ambientale. Quanto ci rendiamo conto del problema?

Quando scegliamo quale alimento acquistare o che tipo di alimentazione offrire difficilmente ci fermiamo a riflettere sull’impatto ambientale e collettivo delle nostre scelte.

Solo in Italia, stando a recenti stime, ci sono circa 60 milioni di animali, di cui oltre 15 milioni tra cani e gatti.
Il mercato del pet food raggiunge cifre da capogiro ed è fondamentale rendersi conto che alimentare così tanti individui di altre specie ha un prezzo. Anche in termini di risorse.

I costi più elevati sono quelli legati alla produzione di alimenti per carnivori/onnivori. Le proteine di origine animali infatti, ritenute di livello biologico più elevato, hanno anche un impatto molto più grande in termini ecologici rispetto alle proteine vegetali o a quelle provenienti da insetti (fonte proteica alla quale l’industria del pet food e non solo sta guardando da molto tempo).
Senza parlare ovviamente delle condizioni di vita a cui sono costretti gli animali negli allevamenti intensivi.

Per quanto riguarda la carne prodotta in laboratorio, sulla quale si ripongono molte aspettative, non esprimo pareri perché non ho sufficienti dati per farlo.
Mi riservo di discuterne una volta che avrò un quadro più chiaro dei costi ambientali di produzione e sarà più chiaro il quadro sia da un punto di vista prettamente nutrizionale e di salute che etico.

C’è poi tutta la questione riguardante il trasporto dei prodotti, certo non banale in termini di danno ambientale, e i materiali utilizzati per il confezionamento.
Molti, oltre ad essere difficilmente riciclabili, contengono sostanze dannose per la salute degli animali, come alcuni interferenti endocrini (ne parlo in questo articolo).

Cosa possiamo fare?

La prima cosa, la più importante probabilmente, è diventare consapevoli del problema.
Rendersi conto che non esistono solo gli animali con cui viviamo noi, con le ciotole che riempiano ogni giorno, ma milioni di altri individui ospitati nelle case di gran parte del mondo.

Quello che scegliamo di acquistare dunque ha una rilevanza maggiore di quello che pensiamo e non può più essere un atto compiuto distrattamente, correndo tra gli scaffali di negozi e supermercati con il telefono all’orecchio, gettando nel carrello la prima cosa che troviamo, quella con la confezione più accattivante, la pubblicità più convincente o il prezzo più basso.

È necessario cominciare a chiederci come sono stati prodotti gli alimenti industriali, con quali materie prime, quanto distano da noi gli stabilimenti, che tipo di materiali è contenuto nelle confezioni.
Il prezzo dei prodotti non va valutato unicamente leggendo un cartellino, ma domandandoci quali altri costi dobbiamo sostenere sia come individui che come collettività in termini ambientali.

Possiamo cominciare a chiederci quali alternative abbiamo, possiamo indurre l’industria a scegliere vie di produzione più sostenibili con le nostre scelte, possiamo chiederci se un’alimentazione fresca può essere una via percorribile per noi e per gli animali con cui viviamo, selezionando al meglio gli ingredienti, evitando al massimo gli sprechi.

Il ruolo del medico veterinario

Gli autori dell’articolo valutano cruciale il ruolo del medico veterinario, perché si tratta della figura professionale alla quale con maggior frequenza vengono chiesti consigli sull’alimentazione degli animali domestici.

Del resto compito del veterinario, come recita il giuramento professionale, non è solo quello di dedicare competenze e capacità alla cura e al benessere degli animali, favorendone il rispetto in quanto esseri senzienti, ma anche alla protezione della salute dell’uomo e di promuovere la salute pubblica e la tutela dell’ambiente.

La nutrizione coinvolge tutti questi aspetti, perché è un cardine in termini di prevenzione della salute sia umana che animale.
Ma anche perché l’impatto sugli ecosistemi della produzione intensiva di cibo per tutte le specie è un tema cruciale nel contrasto al cambiamento climatico, oltreché costituire un grande problema per il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza, vera emergenza della nostra epoca (vuoi saperne di più? Leggi qui.)

Per tutti questi motivi auspico una maggiore e migliore interazione tra medici veterinari, famigliari di animali, istituzioni e industria del pet food, con l’obiettivo condiviso di offrire prodotti e cibo non solo di qualità ma anche rispettosi di tutti gli animali (non solo quelli domestici!) e del Pianeta.

Articolo di Cinzia Ciarmatori, DVM. Tutti i diritti sono riservati.

Immagine in evidenza di Andre Taissin on Unsplash

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