La medicina veterinaria che vorrei

 In MEDICINA INTEGRATA, RIFLESSIONI DI UN VETERINARIO

Qualche settimana fa ho incontrato un giovane piccione.
Camminava veloce nella mia direzione, su un marciapiede. Ci siamo guardati.
Ho notato un’ala “fuori posto”, con la quale quasi strisciava a terra, segno piuttosto inequivocabile di frattura.
Ho pensato: se ti fai prendere provo ad aiutarti. Si è fatto prendere.
Oggi ha fatto ritorno alla sua vita libera.
Ci siamo guardati di nuovo e ho pensato:
ecco, questa è la medicina veterinaria che vorrei.
Una medicina che guarisce tutte le volte che si può, cura e si prende cura e, soprattutto, rende la libertà.

Gli animali e noi

Negli ultimi decenni la vita degli animali con cui scegliamo di vivere è cambiata, molto.
Cani e gatti, ospitati per utilità in aie e cortili, sono diventati membri effettivi delle nostre famiglie.
Condividono con noi spazio e tempo, mangiamo insieme, a volte dormiamo anche insieme. Condividiamo le emozioni, i momenti più felici e quelli tragici, sono sempre al nostro fianco.
Poi sono arrivati altri animali, più o meno esotici, dal coniglio ai pappagalli. Anche loro hanno cominciato ad occupare i nostri spazi esteriori ed interiori.
A rappresentare il contatto con la natura che abbiamo perduto e che pure ci accoglie festante al nostro ritorno.
Eppure in troppi casi perdiamo l’occasione di guardarli come altro da noi, come alterità da rispettare e da cui imparare e re-imparare.
Li consideriamo intelligenti quando ci somigliano, diamo loro dignità di esseri senzienti, ma solo quando fanno ciò che gli chiediamo, ciò che ci aspettiamo da loro.
Scegliamo dove e come devono vivere, cosa possono o non possono magiare e quanto, quando possono o non possono uscire.
Li vestiamo se per noi è freddo e li raffreddiamo se per noi fa caldo.
Vogliamo che vengano curati come veniamo curati noi.

La medicina moderna

Il punto è proprio questo. Come veniamo curati noi? Che idea abbiamo dei medici e della medicina? Quali sono i confini da non oltrepassare?
La medicina ufficiale occidentale guarisce o cura? Si limita a sopprimere i sintomi o è interessata alle cause di malattia?
Considera l’individuo come insieme di parti da aggiustare, con la visione riduzionista e meccanicistica che dobbiamo al Seicento e a Descartes (o Cartesio, se ci piace di più)?
Oppure recupera la visione completa di un’entità biologica fatta non solo di corpo, ma anche di mente e spirito, tipica di tradizioni filosofiche e mediche millenarie e avvalorata scientificamente dalla Psico Neuro Endocrino Immunologia (PNEI)?

L’evoluzione tecnologica della medicina, sia umana che veterinaria, l’ha resa sempre più efficace da un punto di vista diagnostico e chirurgico. Nulla da obiettare.
Eppure non possiamo dire altrettanto da un punto di vista terapeutico: le patologie croniche delle società “più evolute” dilagano da decenni, coinvolgendo un numero crescente di individui, sempre più giovani oltretutto.
L’età media di vita, cresciuta grazie alla diminuzione dei tassi elevati di mortalità infantile dell’Ottocento, sta subendo una battuta d’arresto.

Il disagio e il malessere psicologico e fisico sono sempre più evidenti, in tutte le fasce di età con picchi preoccupanti di depressione ed istinti suicidi tra gli adolescenti.

Prevenzione e profilassi

Di prevenzione si parla poco, pochissimo.
L’alimentazione, fin dagli arbori della medicina riconosciuta come strumento prioritario per il mantenimento e la riconquista della salute, è lasciata in mano all’industria.
Lo stile di vita e di relazione, la qualità dell’acqua, dell’aria, della terra non sono priorità.

I trattamenti farmacologici di profilassi e terapia vengono gestiti come armi di massa contro il nemico di turno: virus, batteri, parassiti, funghi.
Microrganismi con i quali e grazie ai quali siamo diventati quello che siamo da un punto di vista evolutivo sarebbero sul Pianeta solo per renderci malati o eliminarci e allora dobbiamo difenderci e contrattaccare.

Sembra più una partita a Risiko che un approccio evoluto alla cura, che tenga in considerazione le moderne acquisizioni dell’epigenetica, della fisica, della biologia…

Le ultime parole di Pasteur, con le quali ha cercato di porre rimedio al suo errore di valutazione, dando ragione a Claude Bernard “il terreno è tutto (non i microrganismi)”, continuano ad essere completamente ignorate. Sia in medicina umana che veterinaria.

La medicina veterinaria che vorrei

Troppo spesso l’obiettivo non è quello di conoscere davvero il paziente, nella sua unicità.
Di esplorare il suo ambiente e lo stile di vita, la qualità delle relazioni, di cercare le cause che hanno portato al disequilibrio emozionale prima e fisico poi.
L’obiettivo è dare un nome alla malattia, dando la precedenza ad esami diagnostici e di laboratorio avanzati e avanzatissimi piuttosto che alla visita e alla relazione medico-paziente (medico-famigliare-paziente nel caso della pediatria e della veterinaria).

Una volta portata a termine la diagnosi nosologica, dato cioè il nome alla malattia, il compito del medico sembra concluso: le terapie si riducono spesso a protocolli pre-impostati, che nulla hanno di individualizzato per il paziente e dai quali i medici (anche veterinari) possono discostarsi con sempre maggior difficoltà.
La medicina difensiva è una realtà che condiziona, e le istituzioni di vario ordine e grado non sono da meno, con buona pace delle finalità etiche e morali della medicina come arte.

L’impiego di un numero sempre maggiore di farmaci, ad ogni fase di vita, spesso in cocktail i cui effetti non sono mai stati studiati, rendono sempre più difficile separare i sintomi espressi dall’individuo da quelli iatrogeni provocati dai farmaci stessi, allontanando a volte in modo irreparabile dalla possibilità di guarire, di lavorare davvero sulle cause di malessere.

Medicina integrata e multidisciplinare, la medicina veterinaria che vorrei

Per questo da tanti anni esploro metodi di cura e approcci terapeutici che abbiano come obiettivo non la malattia ma l’individuo, nella sua triade psiche/mente-corpo-spirito. Perché ognuna di queste componenti può ammalarsi e ripercuotersi sulle altre come in un sistema di vasi comunicanti.
Non ritengo esistano terapie o approcci migliori di altri, ma solo trattamenti con indicazione, durata e profondità d’azione differenti.

Compito del medico veterinario dovrebbe essere pertanto conoscere quanti più strumenti possibili. Per poter individuare quello o quelli più adatti per ogni singolo paziente in quel particolare momento della sua esistenza. Senza pregiudizi o preconcetti, in scienza e coscienza, facendo sempre un’analisi seria del rapporto tra rischi e benefici.

Con l’obiettivo primario di guarire tutte le volte che si può, curare in tutti gli altri casi, preservare dal dolore e dalla sofferenza. E sempre rendere la libertà. Anche e soprattutto dalle cure.

Un grazie particolare al piccione, che camminandomi incontro una mattina su un marciapiede mi ha permesso di riflettere sul mio voler essere donna di medicina.

Articolo di: Cinzia Ciarmatori, DMV






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