Inflammaging, infiammazione e invecchiamento negli animali

 In MEDICINA INTEGRATA

Il termine Inflammaging viene coniato e inserito per la prima volta in un articolo scientifico nel 2000.
L’intuizione di fondere nella stessa parola il binomio infiammazione-invecchiamento è italiana.
L’immunologo Claudio Franceschi dell’Università di Bologna e la sua squadra infatti hanno cercato di scoprire i “segreti” degli individui più longevi.
Perché, a parità di età, alcuni mostrano segni di invecchiamento precoce e altri no?

Il riflettore viene puntato sul funzionamento del sistema immunitario e sull’infiammazione cronica di basso grado. Ormai ben nota come causa o concausa di malattie degenerative croniche e minore aspettativa di vita.

Negli ultimi vent’anni lo stesso Franceschi e molti altri ricercatori in ambito internazionale hanno dato seguito alle ipotesi iniziali, dando vita ad un filone di studio molto fertile e di particolare interesse.

E per quanto riguarda inflammaging e animali cosa sappiamo oggi? Qual è il legame tra infiammazione e invecchiamento?

Inflammaging, infiammazione e invecchiamento negli animali

Il processo di invecchiamento, ormai è piuttosto chiaro, è caratterizzato da un’alterata risposta immunitaria nei confronti degli agenti “stressanti”.
Come batteri, virus e antigeni in genere.

Non solo. Con il passare del tempo l’esposizione cronica ad inquinanti ambientali, alimentazione errata, emozioni “negative” mantenute per lunghi periodi, sistema immunitario sempre meno efficiente aprono la porta ad uno stato infiammatorio cronico di basso grado, che non provoca sintomi evidenti fino a quando organi e tessuti vengono danneggiati.

E questo vale ovviamente sia per la nostra che per le altre specie, anche se al momento la maggior parte degli studi si concentra per ovvi motivi sui mammiferi.

Infiammazione acuta

L’infiammazione è ciò che da sempre ci permette di sopravvivere.

Si tratta di un meccanismo biologico evoluto, il cui compito è quello di proteggere noi e gli altri animali da stimoli esterni dannosi o lesivi.
Coinvolge in una danza perfetta le cellule, il sistema immunitario, i vasi sanguigni e numerose sostanze biologiche al fine di riparare i tessuti danneggiati e rimuovere quelli necrotici.

L’aumento della temperatura oltre i limiti fisiologici, quella che comunemente chiamiamo febbre, è ciò che dà inizio alla danza dell’infiammazione acuta.
Accelera le reazioni metaboliche, favorisce l’impiego efficiente delle riserve energetiche e soprattutto potenzia l’efficacia del sistema immunitario.

Un’iniziale vasocostrizione cede il passo alla vasodilatazione, la zona colpita diventa rossa e calda, si forma edema per permettere a molecole presenti nel sangue di fuoriuscire e raggiungere le zone colpite dal danno.
Citochine, fattori di attivazione cellulare, cellule del sistema immunitario, globuli bianchi e molto altro collaborano in sinergia per permettere in breve tempo la rimozione dei tessuti danneggiati e degli agenti infettivi, determinando la guarigione e la ripresa della funzionalità.

Per questo è così importante non sopprimere la febbre con i farmaci, a meno che non superi determinati limiti: è come staccare la spina di uno strumento che sta entrando in azione, come possiamo pretendere che funzioni in modo efficace?

Infiammazione cronica

Se lo stimolo dannoso persiste o la risposta immunitaria non è efficace l’infiammazione permane e diventa cronica.

Quando questo accade l’organismo subisce danni importanti, in particolare a causa dello stress ossidativo a livello cellulare.
L’eccesso di radicali liberi infatti induce a sua volta infiammazione con rilascio di ulteriori radicali liberi, in un circolo vizioso che coinvolge l’intero individuo.

Alla base del processo di invecchiamento c’è proprio questa cascata di eventi, che comporta tra le altre cose anche un’eccessiva attivazione dei macrofagi.
Si tratta di cellule del sistema immunitario innato, quello più “antico”, in grado di inglobare nel senso più vero del termine cellule infettate da virus, batteri, ma anche quelle danneggiate, le tossine e le cellule tumorali.

Il problema è che in base alle citochine prodotte i macrofagi possono avere azione antinfiammatoria oppure proinfiammatoria, aggravando il fenomeno in atto.

La costante e continua attivazione dei macrofagi nell’infiammazione cronica di basso grado provoca un aumento ulteriore dei radicali liberi, la formazione di nuovi vasi sanguigni e di fibrosi dei tessuti, con perdita di funzionalità degli organi e frequentemente degenerazione tumorale.

Molte altre cellule ed altri elementi sono coinvolti in questo processo, come l’acidosi metabolica tanto per citarne uno, con meccanismi analoghi sia per noi che per altri animali.

Ormai è chiaro dunque che se vogliamo parlare di invecchiamento di successo dobbiamo intervenire su questo fenomeno, così diffuso in particolare nei Paesi che definiamo Occidentali, nei quali le patologie cronico-degenerative sono la vera epidemia.

Inflammaging e animali. Cosa possiamo fare?

Possiamo fare molto. Sicuramente più di quanto pensiamo.

Il primo passo come sempre è riconoscere il fenomeno. Cominciare ad osservare e ad ammettere che anche gli animali con cui conviviamo stanno mostrando un aumento a dir poco esponenziale delle malattie cronico-degenerative, ad età sempre più precoci.

Allergie, patologie autoimmuni, malattie croniche e sindromi (come il diabete), cancro, sono solo alcune delle condizioni cliniche a cui assistiamo più comunemente. Sia come medici veterinari che come famigliari di animali.

Attendere che i danni agli organi e tessuti si manifestino è un grave errore, perché non sempre è possibile ripristinare una condizione di salute ottimale.
Non tutto può essere guarito, lo sappiamo bene, anche se molto può essere curato.

Per questo la prevenzione è così importante, perché ci permette di ridurre la possibilità che questi fenomeni si inneschino e che perdurino nel tempo, per mesi e anni, fino a produrre alterazioni rilevabili dagli strumenti diagnostici e sintomi negli animali.

Inflammaging, come fare prevenzione negli animali?

Mettendo in atto le stesse strategie che ci riguardano, con le dovute differenze di specie ovviamente.

I pilastri sono:

  • L’alimentazione di qualità, preferibilmente fresca
  • Le integrazioni necessarie
  • La nutraceutica (sostanze che combinano valore nutrizionale e terapeutico)
  • L’attività fisica
  • La riduzione dello stress cronico (per gli animali il rispetto delle esigenze etologiche è imprescindibile)
  • L’equilibrio emozionale e le relazioni di qualità (sì, anche per gli animali sono fondamentali)
  • Una medicina rispettosa dei suoi principi originari (Primum non nocere e principio di precauzione per esempio…)

Conclusione

Qualche giorno fa un amico avvocato mi ha detto “Scusa ma non capisco come fai a lavorare con la prevenzione, io porto il cane dal veterinario quando sta male, non quando sta bene…”.

Ecco come ho risposto: “Eppure tu chiedi ai tuoi clienti di rivolgersi a te prima di fare errori e commettere danni, non dopo.”

Evitare i guai tutte le volte che si può non è solo una possibilità in tema di salute. È un dovere sia nei nostri confronti che nei confronti degli animali con cui scegliamo di vivere.

Articolo di: Cinzia Ciarmatori, DMV, GPCert(ExAP)

Photo by Simon Berger on Unsplash



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