Il dono dell’immunità, una nuova scoperta

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Quando si parla di genetica è ancora radicato il dogma di Crick del 1957. Il flusso di informazioni va in una sola direzione, dal DNA alle proteine.
Oggi sappiamo che questo dogma (per definizione mai dimostrato), che tanto ha condizionato la direzione presa dalla ricerca e dalla medicina, è falso.

Così come è falso che siano stati Watson e Crick a scoprire per primi la struttura a doppia elica del DNA. La prima ad immortalarla è stata infatti Rosalind Franklin, a cui Watson ha trafugato la scoperta pubblicandola per primo e prendendo anche un Nobel, ma questa è un’altra storia…

L’epigenetica ha dimostrato da tempo la falsità del dogma di Crick. Perché il DNA e il resto dell’organismo comunicano tra loro continuamente, per tutta la vita degli individui, modulando le risposte in base a moltissimi fattori.
Tra cui l’ambiente fisico ed emozionale, che hanno un ruolo determinante nell’espressione genetica. Così come l’alimentazione.

Oggi altri due dogmi vengono scalzati da nuovi studi e ricerche. Il primo è quello che sosteneva che solo gli anticorpi avessero un ruolo immunitario di rilievo nel produrre memoria immunitaria: invece ce l’hanno anche monociti e altre cellule dell’immunità innata.
Il secondo è quello che sosteneva che non è possibile la trasmissione di protezione immunitaria dai genitori ai figli.
Invece non solo è possibile, ma la trasmissione avviene per più di una generazione. Possiamo proprio parlare di dono dell’immunità!

Il dono dell’immunità. Di cosa si tratta?

La scoperta è legata ad un lungo lavoro di ricerca portato avanti in collaborazione da molte Università di diversi Paesi Europei, dal titolo Reimagining an immunological dogma.
È stato pubblicato il 18 Ottobre 2021, da pochissimo dunque, sulla rivista Nature immunology e dobbiamo ringraziare ancora una volta gli animali.

Lo studio infatti ha dimostrato i topi che vengono a contatto con un agente infettivo conservano la “memoria di questo incontro” in alcune cellule e la trasmettono tramite gli spermatozoi a ben due generazioni successive.

Cerchiamo di entrare più nel dettaglio.

Era già noto che alcuni tipi di cellule del midollo, in particolare le cellule mieloidi, sono in grado di modificarsi in seguito ad un’infezione dando luogo al fenomeno detto immunità allenata (trained immunology).
Grazie a questo fenomeno si assiste ad un potenziamento della risposta difensiva quando si dovesse verificare un nuovo incontro col l’agente infettivo.

Come a dire: l’assenza di anticorpi nel sangue non indica affatto che l’organismo non è più protetto dall’infezione, ci sono cellule che conservano la memoria del precedente incontro e sono pronte alla difesa!

Non solo. I ricercatori hanno dimostrato che l’immunità allenata può essere trasmessa alla generazione successiva e a quella successiva ancora. Topi mai venuti a contatto con l’agente infettivo hanno dimostrato di avere un sistema difensivo in grado di proteggerli grazie ai genitori o ai nonni.

Uno degli animali a cui dovremmo essere più grati

Perché è così importante questa scoperta?

Per diversi motivi, dal mio punto di vista.

Innanzitutto, semmai ce ne fosse bisogno, abbiamo un ulteriore conferma del fatto che la scienza e la medicina in particolare sono in continua evoluzione e che ciò che solo ieri sembrava una verità assoluta e incontrovertibile semplicemente non lo era.

Questo dovrebbe indurci a muoverci sempre con cautela e senza mai dimenticare il principio di precauzione (un cardine della scienza medica), anche perché le conseguenze dei nostri errori possono essere decisamente gravi. Anche quando sono fatti in buona fede.

In più, e non è certo secondario, lo studio ci dimostra che del sistema immunitario conosciamo ancora poco, pur avendo fatto molti passi negli ultimi decenni.

Ottima ragione per intervenire su di esso con grande cautela, valutando molto bene pro e contro, rischi e benefici e soprattutto analizzando le singole situazioni. Età, fattori di rischio, patologie concomitanti, situazione epidemiologica, tanto per dirne alcune.

Darwin, Lamarck e il dono dell’immunità

Cosa penserebbero Darwin e Lamarck dei risultati di questa ricerca?

In effetti sembrerebbe segnare un ulteriore punto a favore di Lamarck, che sosteneva che gli individui sono in grado di “modificarsi” in seguito a stimoli esterni e di trasmettere alle generazioni successive questi “cambiamenti”.

Lamarck in effetti sembra proprio un precursore dell’epigenetica, senza nulla togliere alle incredibili ricerche di Darwin.

Anche questo dovrebbe dimostrarci che sposare una teoria escludendone a priori altre ci porta ad allontanarci in molti casi dalla verità, com’è accaduto con Pasteur e Bernard.

Le ricerche di Pasteur in microbiologia hanno condotto a risultati straordinari, è innegabile, ma non considerare o considerare troppo poco le teorie di Bernard, che riteneva fondamentale l’individuo più che l’agente di malattia, ci ha portato ad errori che oggi paghiamo tutti. Più che mai.

Articolo di Cinzia Ciarmatori

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